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Il “Cimitero delle 366 fosse” di Napoli è un rompicapo progettato da Ferdinando Fuga per matematizzare la morte e rivendicare il primato artistico sull’acerrimo rivale Luigi Vanvitelli.

Napoli, 1762. Nella biografia di Ferdinando Fuga l’ultima occasione professionale per fare i conti con l’immortalità.

Il contesto storico

Sono trascorsi già undici anni dall’avvio dei lavori di costruzione del Real Albergo dei Poveri e per l’architetto fiorentino è sempre più frustrante il progressivo ridimensionamento, per mancanza di fondi, di un’opera, poi rimasta incompiuta, che avrebbe dovuto invece riscattarlo dall’imbarazzo di veder affidata al suo antagonista, Luigi Vanvitelli, la progettazione della ben più prestigiosa Reggia di Caserta. A chiamarlo a corte, adesso, è il re Ferdinando IV di Borbone. La commessa: un cimitero popolare, per desaturare la piscina dell’ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili e, al tempo stesso, dare degna sepoltura ai circa centottanta miserabili morti ogni giorno tra le mura della città capitale del Regno.

Un cimitero popolare, dunque, per la quadratura del cerchio. E Ferdinando Fuga non lascia nulla al caso: 19 righe per 19 colonne lungo le quali dividere i primi 361 settori del quadrato perimetrato. Così, sulla collina di Poggioreale che ospitò due secoli prima l’accampamento francese durante l’assedio a Napoli, ecco, adesso, una corte funebre a cielo aperto lastricata in diagonale con conci di piperno rettangolari e delimitata da un muro di cinta su tre lati e da un ingresso, sul quarto, a pianta rettangolare in uno spazio chiuso dove inserire ulteriori 6 settori. Somma: 366 settori in tutto, 366 fosse comuni, una per ogni giorno dell’anno inclusi i bisestili, più un ulteriore settore centrale sormontato da un palo per l’illuminazione e destinato alla raccolta delle acque piovane.

Tessere la trama

Fino a qui, si tratta solo di una ingegnosa razionalizzazione delle sepolture, in linea con la pietas dell’illuminismo muratoriano. Se non fosse che, a presiederla, ci sia una precisa ossessione aritmetica, basata sul numero 4 e sul quadrato: ogni fossa è chiusa da una pietra tombale di 80 centimetri di lato; ogni fossa dista dalle altre 420 centimetri. Un recinto a forma romboidale, di circa 80 metri per lato, allineato con il nord geografico e centrato da un lampione (emblema dell’Axis Mundi, l’asse cosmico che collega Inferi, terra e cielo). Un recinto ospitante al suo interno quella che in algebra lineare è detta matrice quadrata, ossia una tabella ordinata di elementi con ugual numero di righe e di colonne lungo le quali fissare la sequenza delle sepolture rispettando la numerazione bustrofedica – un andamento a serpentina, quindi – delle botole: a partire dal primo giorno di ogni anno dalla riga confinante con il muro prospiciente l’ingresso, e procedendo, da sinistra a destra, sino alla diciannovesima fossa, e, nella riga successiva, da destra a sinistra, in una alternanza continua, ad libitum. Dunque, 4, 80, 420: terne pitagoriche, ossia terne di numeri naturali in cui la somma dei quadrati dei due numeri più piccoli è uguale al quadrato del numero maggiore (teorema di Pitagora). E il 19 delle righe e delle colonne? Terna pitagorica! Senza considerare, inoltre, che sommando il numero delle botole della prima, della seconda e della terza riga (quindi 1+…19, 20+…38 e 39+…57), i risultati sono 190, 551 e 912: ancora, ancora terne pitagoriche!

Il rompicapo

Perché, dunque, questo testamento cifrato? Il 4 è il numero per eccellenza della realtà plasmata, rappresentata dai quattro umori: muco, sangue, bile gialla, bile nera. E 4 sono le stagioni, nonché le fasi lunari, che scandiscono l’inesorabilità del tempo. Numero caro ai pitagorici, che facevano della tetrattide, ossia la tetraktýs, e del quadrato di 4, numero della manifestazione universale nel concetto del “quadrato perfetto”. Già, il quadrato, figura geometrica le cui diagonali sono congruenti e perpendicolari, divise a metà dal loro punto di intersezione e misurabili moltiplicandone il lato per la radice quadrata di 2. In tre parole: teorema di Pitagora (ancora…!), siccome ciascuna diagonale divide il quadrato in due triangoli rettangoli, con cateti e ipotenusa.

Tanto equivale a dire che il quadrato scelto da Fuga per il cimitero in questione è la semplice proiezione di quello costruito sull’ipotenusa (equivalente alla somma dei quadrati costruita sui cateti) di un triangolo rettangolo nascosto? Ebbene si! E nascosto dove? Sottoterra…

Ogni fossa del progetto corrisponde, infatti, a una camera di circa 4 metri quadrati (manco a dirlo…!), profonda 12 metri* ma, interrotta, a 10 metri di profondità, da una rete metallica per filtrare gli umori delle salme.

Si, il conto si chiude qui: 12, il più piccolo numero naturale che appartiene a più di due terne pitagoriche; 10, parte delle terne pitagoriche (6, 8, 10 e 10, 24, 26), è il numero triangolare della tetrattide, la successione aritmetica dei primi quattro numeri interi positivi (1+2+3+4=10, alias somma teosofica). Disposto geometricamente nella forma di un triangolo equilatero di lato quattro, il numero 10 forma una piramide, ma rovesciata…

Caso più unico che raro in architettura di “illuminismo barocco”: illuminista per vocazione, barocco nelle viscere. Un lascito ai posteri, celandone il valore…

* secondo altre fonti le fosse sarebbero 4,2×4,2 metri e 8 metri di profondità. Cambiano i numeri ma non la numerologia.

Fotoreportage a cura di Roberto Miele e Gaetano Scalfidi

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