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Mani, tremate ancora, ancora
nude di autunno, di paesaggi, di are,
per quanto seme rintombato a spaglio
per quale semenzaio o dio o miraggio.
Siate distanti, e l’una all’altra estranea,
l’acqua un errore inamovibile,
dubiti il chiodo, dubbi nel disfatto
prisma delle occasioni.
E mani, quanta polvere alla soglia,
quanta ruggine d’unghie, quante morse,
a fare schermo per l’intero gioco;
e se non fosse che il silenzio è poco
potreste dire come ne conviene:
mani, misero motto, piume gelide.

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